12. Il distacco

Adesso affrontiamo una tematica che coinvolge e coinvolgerà (perché è inevitabile) la stragrande maggioranza degli exchange students: la nostalgia di casa, la voglia di Italia.

Non si tratta di una fase specifica che ha una durata ben definita, bensì di vari momenti di riflessione composti da analisi del nuovo contesto, considerazioni al riguardo, e da un’ulteriore consapevolezza di ciò che si sta affrontando.

Questi momenti, che possono essere brevi o interminabili, si manifestano in qualunque contesto: sotto la doccia, prima di addormentarsi, oppure in macchina o sullo scuolabus, magari durante il tragitto per andare a scuola: cuffiette, testa quasi appoggiata sul vetro del finestrino (perché se lo fosse del tutto arriva un fastidio micidiale alle orecchie) e gli occhi puntati su quella strada che percorriamo quotidianamente e che ormai conosciamo a memoria.

Sono questi i momenti in cui nei miei pensieri faccio mente locale a tutto ciò che è successo, che sta succedendo e che potrà succedere. Questi sono i momenti in cui realizzo tutto quanto; e fra quel “tutto quanto” si trova anche il soggetto di questo capitolo: il distacco.

Ultimamente vivo più spesso questa sensazione, e il motivo è molto semplice: ho vissuto un mese più intenso del previsto e la causa è il cambio della famiglia ospitante, ma parleremo di questo molto più dettagliatamente in un futuro articolo.

Fatto sta che questa sensazione arriva e pervade la mente e, se ciò avviene nelle giuste dosi, non si tratta di un fattore negativo, anzi, ritengo sia un bene.

Un bene perché? Perché tutto ciò aiuta ad acquisire una maggiore consapevolezza dell’esperienza che si sta vivendo, e che molto probabilmente costituisce la più grande vissuta finora. Perché si ha la possibilità di mettere due realtà a confronto in modo ragionevole senza giudizi affrettati o “per sentito dire”. Perché si riflette in modo più maturo, con una mente più aperta, dato che la nuova realtà la si può comparare come “vissuto” e non come un viaggio turistico.

Cos’è che mi manca dell’Italia e di Roma? Direi un po’ tutto quanto.

Iniziamo con ciò che c’è di più scontato, il cibo: una “vera” pizza margherita, la carbonara col guanciale tagliato a fette che si infila nel rigatone, i tonnarelli cacio e pepe a mestiere, altrimenti delle semplici fettuccine col ragù fatto in casa, i cornetti, le “bombe” alla crema e i cannoli, oppure il risotto con i funghi porcini che durante l’inverno fa tornare il sorriso anche se è domenica sera e fuori piove. Il tipo di pasta più famoso qui negli States sono le “mitiche” fettuccine Alfredo (vedi qui), spacciate per ricetta statunitense, e che altro non sono che fettuccine con burro e parmigiano (anche se la maggior parte di loro ci aggiunge il pollo facendola sembrare vagamente una gricia che non ce l’ha fatta). Rimanendo sul tema pasta, ho cucinato e assaggiato per la prima volta gli spaghetti con le meatballs (le polpette); un piatto che non ho mai mangiato in Italia e che si tratta di un’imitazione venuta male. Finiamo il discorso del cibo con la pizza (vedi qui)… Aprite il link e capirete tutto.

Bhe, con il cibo abbiamo scherzato, d’altronde sapevamo già tutto al riguardo. La mancanza, quella vera, non è quella del cibo, bensì quella del contesto e delle persone che ho lasciato per poter vivere questa esperienza.

Utilizzo poche righe per descrivere il forte distacco che sento per i miei genitori, ma soprattutto per i miei amici (ciò che ho scritto sull’articolo 3 lo confermo adesso); poche righe perché si tratta di un fattore assolutamente naturale che coinvolge chiunque, e sarebbe un vero problema se non ci fosse.

Ciò di cui davvero sento un forte senso di nostalgia è la realtà in generale che vivevo a Roma, quella di tutti i giorni, quella quotidiana.

Mi manca incredibilmente il mio liceo classico: i compagni di classe che sono sempre gli stessi, la gente all’interno della scuola, il cortile, le aule che anche se sono “scrause” hanno all’interno una montagna di ricordi, i banchi sui quali abbiamo scritto qualunque cosa, le entrate in seconda per evitare l’interrogazione o i “posso andare in bagno” prima che il prof. chiami, le ore di buco in giro per i corridoi o in cortile, le feste (vi avverto che negli USA potrete avere delusioni in merito), il bar sotto scuola, e perfino il “ce li hai 20 centesimi” davanti ai distributori automatici. È un po’ come per tutte le cose: solo quando non si hanno più ci si rende conto del loro straordinario valore.

E questo accade non solo per quanto riguarda la scuola, ma anche per la casa: il mio letto a soppalco soffice, morbido al punto giusto, a una piazza e mezza, silenzioso; la mia camera con la mia scrivania in vetro, o se no la veranda che durante l’estate si trasforma in sala da pranzo; il parquet, pure il parquet mi manca (tutte le case che ho visto negli USA hanno la moquette )!

Durante una chiacchierata con mio padre riguardo all’argomento “blog”, lui mi ha consigliato di dare un’occhiata al blog di un suo amico (questo qui), giusto per sapere cosa ne pensavo. Questo blog mi piace molto (spero che ritorni attivo il prima possibile) e mi ha coinvolto talmente tanto che dal dargli un’occhiata sono passato a leggere più di 70 articoli; ma il motivo per cui sto scrivendo di questo blog è un altro: in molti articoli presenti in esso mi è salita moltissimo la nostalgia riguardo la realtà di Roma, e anche se ha mille difetti, io la trovo comunque meravigliosa per altrettante migliaia di motivazioni. E stando adesso qui negli Stati Uniti, in questo determinato contesto, l’assenza di tutto ciò si percepisce molto. Per “tutto ciò” intendo uscire fino a tardi, andare a cena fuori, l’aperitivo, prendere il “solito” al bar, il sabato sera (guai a chi ce lo tocca), e tante altre cose che sono tipiche di questa realtà unicamente nostra.

Ribadisco dunque che soltanto quando mi sono trovato a vivere un’altra realtà, e quindi dopo aver fatto un confronto mi sono finalmente reso conto del grande valore che ha per me tutto quello che ho elencato; è proprio vero: solo quando le cose si perdono si riconosce la loro importanza.

Adesso non voglio dare l’idea che qui negli States tutto sia peggiore; ho soltanto sottolineato gli aspetti che mi mancano dell’Italia. Sinceramente preferisco di gran lunga l’Italia e Roma, e penso sia un bene, dato che si tratta di “casa mia”, quella in cui vivo e in cui spero di continuare a vivere. Inoltre l’anno all’estero è un’esperienza che ha un inizio e una fine, e incontrare realtà diverse è il suo aspetto migliore, anzi, è ciò che rende il “viaggio” più ricco e indimenticabile.

Penso che avere la possibilità di avere un confronto, dunque di “uscire” dal proprio contesto, che rimane comunque limitato in confronto al resto del mondo, sia senza dubbio qualcosa di positivo, soprattutto perché si possono valorizzare molti aspetti che sono presenti nel nostro “mondo”, e che magari li diamo per scontati non facendoci caso.

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