14. Scusa ma ti vedo solo come una “welcome”

Cosa vi viene in mente a primo impatto dopo aver letto il titolo?

Sono assolutamente sicuro che tutti voi penserete a qualcosa riguardante la situazione familiare: ebbene sì, ho cambiato host family.

Il succo dell’articolo è però un altro: cambiare è stata un’impresa veramente difficile, e non mi sembra di risultare esagerato se dico anche quasi impossibile. Il mio scopo è quello di raccontarvi tutta la storia per intero e soprattutto illustrarvi il giusto modo di agire per raggiungere l’obbiettivo senza incontrare problemi definitivi che potrebbero compromettere l’intero anno all’estero, se non il proprio futuro.

Mi sento quindi in dovere di scrivere questo articolo nel quale condivido la mia esperienza come uno di quelli che “ce l’ha fatta”. Sì, ho appena scritto “fra quelli” perché ho scoperto che tantissimi ragazzi si sono trovati o si trovano tutt’ora in questa identica situazione; sfortunatamente conosco anche chi, avendo agito in modo sbagliato, non è riuscito a risolvere. Vi avviso dunque che queste situazioni potrebbero accadere perché sono molto comuni. C’è un modo per superarle, ma dovete fare attenzione. Questa è infatti una situazione ESTREMAMENTE delicata dove ogni passo falso può risultare fatale e determinante.

Inoltre io (come molti altri), prima della partenza, non sono stato minimamente informato circa queste eventuali situazioni; e anche dopo aver cercato su internet esperienze passate di quel tipo ed esplorato blog sull’anno all’estero in quantità industriale, non ho trovato riferimenti.

 

 

La situazione

Dovete sapere che la mia host family è una famiglia alquanto particolare e ha uno stile di vita assolutamente unico.

Partiamo subito col dire che tutti quanti i componenti della famiglia sono Avventisti del Settimo Giorno (per saperne di più). Il problema naturalmente non era riguardo la religione, bensì un altro: la mia famiglia organizza due o tre volte a settimana dei meetings in una struttura accanto alla loro casa dove studiano la Bibbia. Inoltre ogni sera, prima della buonanotte, tutti quanti si riuniscono in salotto per leggere uno alla volta dei passi della Bibbia con l’aggiunta di analisi e commenti personali. Ho raccontato tutto ciò per dire che trascorrevo gran parte del tempo da solo, dato che non condivido quei passatempi nonostante la mia famiglia mi avesse invitato a unirmi a loro.

Un altro fattore importante da analizzare è l’alimentazione: ebbene, la mia famiglia è vegana. Loro mi hanno consentito di comprare latte, formaggio e uova, facendo sì che potessi mangiare anche vegetariano; ma la carne e il pesce erano rigorosamente vietati (ero in astinenza dalle bistecche). Sempre riguardo al cibo, ho cenato il 90% delle volte da solo preparandomi da mangiare perché, per ragioni di metabolismo, la mia famiglia non cena. Inoltre i noodles (la preparazione è la stessa dei Saikebon, così) erano il menu più “sfizioso” che avevo a disposizione; ho mangiato quindi più noodles che hamburger da quando sono qui.

C’è anche da dire questo: il mio roommate brasiliano si era trasferito subito, appena dopo una settimana (tra poco ne parleremo meglio). Questo vuol dire che l’ambiente familiare era formato unicamente da adulti, in più con 0 interessi in comune. Mi annoiavo dunque parecchio, così tanto che mi “divertivo” addirittura a tradurre le versioni di latino (pensate a che punto ero arrivato).

Preciso una cosa: non ho mai detto che il loro stile di vita sia sbagliato, ma risulta semplicemente troppo differente dal mio.

Altri fattori di minore importanza, che presi singolarmente non sono “gravi”, hanno infierito: si trattava di raccogliere la legna 5 giorni a settimana e l’utilizzo di internet limitato dalle 5 del mattino alle 22 (mi chiedo ancora a cosa potrebbe servirmi la Wi-Fi alle 5 del mattino).

Ci tengo a precisare che la mia host family è stata molto affettuosa e disponibile nei miei confronti trattandomi quindi come membro della famiglia e non come ospite. Li ringrazio ancora per tutto ciò che hanno fatto per me e per avermi accolto calorosamente negli USA dandomi un bel benvenuto; in altre parole questa famiglia è stata una perfetta Welcome Family, ma già da come si evince dal titolo, il loro ruolo si interrompe qui.

Questi erano dunque i motivi e le ragioni per cui volevo assolutamente cambiare.

 

 

Quando ho realizzato

Era l’8 ottobre quando ho realizzato tutto quanto. Prima di quel giorno la mia mente era piena di dubbi e di pensieri che si ingarbugliavano; come d’altronde spesso accade. In sintesi ero veramente confuso riguardo questa situazione e sul come agire. Confuso perché da un lato la mia famiglia risultava molto affettuosa e dall’altro perché non sapevo se fossi riuscito a sopportare per 9 mesi il loro stile di vita. Poi, in seguito ad una chiacchierata con i miei genitori, ho realizzato che cambiare sarebbe stata la cosa migliore da fare.

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La situazione all’inizio era all’incirca questa

Mi sono infatti reso conto che un anno (8 mesi a dir la verità) è un periodo molto lungo, e per questo motivo stare in questa situazione scomoda per così tanto tempo era inconcepibile.

Io sono inoltre dell’idea che la convivenza e l’amicizia siano fattori del tutto diversi e che non devono essere messi assolutamente in correlazione. Pensate di avere degli amici con cui vi trovate bene ma con i quali non convivereste mai; stessa cosa valeva per la mia famiglia. Volevo quindi trasferirmi in modo sereno, con il sorriso, senza compromettere i rapporti con loro.

Non avevo dunque tempo da perdere. Ho contattato perciò la mia coordinatrice locale come bisognerebbe fare in questi casi; le ho scritto una lunga e-mail riguardo le mie necessità di cambiamento nel modo più sincero e chiaro possibile. Non mi ero reso conto però che i problemi seri stavano per cominciare.

 

 

Il dramma

Il problema del mio trasferimento NON è stata la mia host family, bensì la mia associazione partner negli USA, di cui naturalmente non svelerò il nome per motivi di privacy.

Riprendendo il discorso, la mia coordinatrice locale mi ha risposto via SMS qualche ora dopo, dicendo che la mia famiglia era stata resa “permanente”, ed era quindi uscita dal ruolo di welcome family. Inoltre lei mi ha scritto anche che ci saremmo visti la domenica successiva a casa sua per parlare di questo argomento.

La mia famiglia era intanto stata avvisata circa la mia decisione, e la loro reazione è stata molto positiva, anzi, mi hanno detto che mi capivano perfettamente. Ero dunque molto contento che la mia host family mi aveva compreso e che mi avrebbe appoggiato.

Sempre per motivi di privacy, darò alla mia coordinatrice un falso nome, e sarà divertente per rendere la storia meno drammatica: Giovannella.

Dunque domenica 15 ottobre sono andato a casa di Giovannella per parlare di questo problema. Dopo pranzo lei ha subito introdotto l’argomento facendomi mettere comodo sul divano come per comunicare una brutta notizia; e infatti lo fece. Giovannella è stata molto diretta, forse anche troppo; fatto sta che mi ha detto queste testuali parole: “Yesterday I talked with my superior about that, and the answer is NO”.

Come mi sono sentito? male ovviamente. La sensazione immediata che ho provato è stata orrenda: sentivo le mie orecchie bruciare insieme a tutto il resto del viso e il cuore che batteva fortissimo. Sì, l’effetto che si prova è quello di ricevere una terribile notizia all’improvviso che smonta tutto ciò che si era creato di positivo (un po’ come scoprire che il ragazzo/la ragazza che ci piace si fidanza con un altro/a e lo si viene a sapere all’improvviso, per esempio da una foto appena postata sui social).

Facendo un grandissimo sforzo, ho mantenuto una calma apparente e ho chiesto a Giovannella semplicemente il perché di questa risposta così definitiva. La risposta che ho ricevuto mi ha fatto salire ulteriormente la rabbia che ardeva dentro di me: in pratica non potevo trasferirmi perché la mia host family soddisfaceva già i 3 requisiti per ospitare un exchange student che sono:

  1. Un letto con camera, una scrivania e una porta.
  2. Cibo a disposizione.
  3. Sicurezza.

A mio avviso questi tre requisiti sono troppo generici ed elementari e non bastano per far sì che una famiglia possa ospitare.

Riprendendo la vicenda, stavo per scoppiare, ma non potevo farlo. Ho chiesto perciò a Giovannella di andare in bagno perché altrimenti sarei esploso dalla rabbia, e dovevo contenermi. In bagno ho inviato ad entrambi i miei genitori degli audio disperati su WhatsApp supplicando loro di aiutarmi il più presto possibile chiamando la WEP per comunicare questo grave problema. Fortunatamente i miei genitori hanno immediatamente risposto riuscendo a tranquillizzarmi molto.

Appena uscito, Giovannella ha ribadito che lo scopo della conversazione sarebbe stato quello di trovare delle soluzioni attraverso compromessi per una convivenza migliore, come se il problema si potesse risolvere con qualche patto. All’inizio ho insistito per convincerla e a farle cambiare idea ribadendole i miei problemi e mettendomi addirittura a piangere, ma invano. Vi assicuro che questa è stata una delle situazioni in cui mi sono sentito più a disagio nella mia vita, e naturalmente il tempo non passava mai. Non c’era quindi verso di convincerla.

Ho domandato a Giovannella come mai il mio roommate brasiliano fosse riuscito a trasferirsi subito dando come unica motivazione il fatto che la mia host family sia vegana e che lui in Brasile era abituato a mangiare carne 3 volte al giorno. La risposta che ho ricevuto mi ha lasciato senza parole: in pratica lui ce l’aveva fatta perché la famiglia era ancora classificata come “welcome”, ma soprattutto perché, essendo brasiliano, avrebbe fatto molta fatica a cambiare dieta essendo sempre stato abituato alla sua solita; così Giovannella mi ha detto. In poche parole vuol dire che se io avessi voluto cambiare avrei dovuto farlo immediatamente e non provare ad adattarmi e ad integrarmi con questa famiglia come ho tentato a fare. Ormai non avrei più potuto fare nulla, nonostante le mie motivazioni fossero state molto più esaurienti e comprensibili.

Ma non finisce qui, mi sono state dette addirittura delle bugie, non so se direttamente da Giovannella o dai “piani alti” dell’associazione. Fatto sta che Giovannella mi ha riferito che la mia famiglia mi avrebbe forzato a raccogliere la legna (cosa assolutamente falsa dove la mia host family ha appoggiato la mia tesi) e che avrei assunto un comportamento “estremo” nei loro confronti nell’ultimo periodo (falso anche questo). Inoltre Giovannella ha anche osato dirmi di averle mentito scrivendo nell’e-mail che le avevo mandato che in casa non c’era internet (in effetti c’è anche se limitato). Il paradosso è stato che, avendo ricontrollato la e-mail, non avevo inserito nessuna parola che potesse vagamente alludere a ciò.

Questa si è dimostrata una grande prova di pazienza; infatti mi sono veramente impegnato a non esplodere perché se lo avessi fatto avrei compromesso definitivamente il mio anno all’estero in negativo e molto probabilmente non starei scrivendo questo articolo.

Dopo cena, quando la mia famiglia era arrivata a casa di Giovannella per riportarmi a casa, lei aveva annotato su carta una serie di compromessi e soluzioni che si sarebbero dovuti applicare. In poche parole si trattava di una “recommendation”, che consisteva nel consigliare alcuni metodi per rendere l’anno all’estero migliore. Ma io avevo sempre questa idea fissa nel mio cervello: o avrei cambiato, oppure a dicembre me ne sarei tornato in Italia, anche se a malincuore.

 

 

Constatazioni

Cosa avevo tratto da questa conversazione con Giovannella?

  • L’associazione americana era il mio antagonista.
  • Giovannella mi aveva palesemente mentito.
  • La poca fiducia che avevo in questa associazione e in Giovannella era crollata del tutto.
  • Dato che la fiducia si era spenta del tutto, avrei dovuto cercarmi una nuova famiglia per conto mio, e il modo migliore era chiedere ai miei amici a scuola.
  • Non potevo trattare con l’associazione su questo argomento perché avrei perso.
  • Non ce l’avrei fatta da solo, ma dovevo chiedere aiuto.
  • Dovevo stare molto calmo.

 

 

Come sono riuscito a vincere

Ve lo comunico già: il procedimento è molto lento e pertanto bisogna essere pazienti, costanti e tenaci, ma soprattutto moderati.

Già durante l’incontro con Giovannella, avevo subito avvertito i miei genitori, che avevano dunque telefonato la WEP il giorno dopo spiegando tutto quanto. L’associazione italiana ha sostenuto le mie motivazioni comunicandomi che avrebbe risolto al più presto questa situazione delicata dato che non ero sequestrato. Dunque la WEP, dopo la prima telefonata all’associazione, mi ha suggerito scrivere un’altra e-mail indirizzata alla coordinatrice locale (Giovannella) e al supervisor. In questa lettera avrei dovuto mettere per iscritto le mie motivazioni e trovare dei fattori oggettivi per cui l’unica soluzione sarebbe stata il trasferimento.

Intanto io mi stavo impegnando nel trovare una nuova famiglia per conto mio chiedendo ai miei amici di scuola. Avevo infatti paura che, affidando nuovamente la ricerca di una nuova famiglia all’associazione americana, il contesto sarebbe potuto essere peggiore, e sappiate che cambiare una seconda volta è impossibile. Inoltre il processo di trasferimento risulta più rapido se si ha già una famiglia pronta ad ospitare.

Dopo un tentativo fallito, sono riuscito dopo una sola settimana a trovare la famiglia che sarebbe poi stata quella definitiva. Come ho fatto? Semplicissimo: ho scritto su Instagram a un mio amico proponendogli l’idea di ospitarmi, raccontandogli quindi la mia esigenza di trasferirmi. All’inizio non era sicuro di potermi ospitare, ma dopo aver raccontato ai suoi genitori la mia situazione, mi ha invitato a casa sua dove ho conosciuto i miei futuri host parents. La giornata è stata un successo. Fin da subito ho voluto bene alla mia futura nuova famiglia, e l’idea di trascorrere l’anno all’estero in questo nuovo ambiente mi aveva reso felice.

Adesso leggete attentamente: non ho rivelato né alla mia attuale host family né tanto meno a Giovannella (quindi all’associazione americana) che avevo trovato una nuova famiglia e che la stavo cercando. Ve l’ho detto: la questione è molto delicata e anche un singolo passo falso potrebbe essere fatale. Non ho più parlato alla host family e all’associazione della questione del trasferimento. All’inizio ho infatti riferito la novità soltanto ai miei genitori, i quali hanno subito aggiornato alla WEP.

Dunque un problema l’avevo risolto: avevo trovato una nuova famiglia.

Non avevo ancora inviato l’e-mail all’associazione in cui spiegavo le mie necessità di cambiamento, proprio perché volevo aggiornare la lettera inserendo il dato della nuova famiglia; e così ho fatto.

L’unica cosa che dovevo fare adesso era solamente una: aspettare. Aspettare che la WEP avesse risolto con l’associazione americana e tutte le infinite pratiche burocratiche. Questa è stata una delle fasi più delicate in assoluto, pertanto dovevo risultare ancora più calmo, paziente e comportarmi con la mia host family nel migliore dei modi. Tutto ciò serviva per essere “inattaccabile” agli occhi dell’associazione americana.

I problemi non erano finiti: altre bugie da parte dell’associazione americana. Sono stato infatti accusato da loro, attraverso prove infondate, di essere solito rubare il cibo agli altri ragazzi durante il pranzo (mi è venuto subito in mente il meme che circola sui social: “Ué uagliù bell stù orolog”). Mi sono molto agitato appena l’ho saputo, perché non era assolutamente vero e chiunque avrebbe potuto testimoniare. Sinceramente non so ancora il motivo di questa accusa, fatto sta che siamo riusciti a dimostrare il contrario senza problemi. Questo fa però riflettere sul fatto che l’associazione ha provato ad attaccarmi da qualunque fronte, ricorrendo addirittura alle bugie; bisogna risultare dunque invulnerabili.

La mia host family ha avuto un ruolo essenziale: loro infatti mi hanno compreso fin da subito e mi hanno sempre sostenuto. L’azione migliore che hanno fatto è stato accelerare il mio trasferimento facendo sì che esso risultasse burocraticamente una richiesta loro e non mia evitando ulteriori complicazioni. Inoltre la mia host family mi ha detto una cosa bellissima: loro, nonostante fossero contenti di avermi con loro, volevano solo il meglio per me e per il mio futuro; il mio meglio stava però da un’altra parte, e fortunatamente la mia famiglia l’aveva capito.

Tutto quanto si è realizzato in un mese, lo so, è un periodo molto lungo, ma fatto sta che il 16 novembre ho preparato le valigie. E quando Giovannella è venuta a casa per portarmi dalla nuova famiglia, sebbene lei non mi avesse neppure salutato, non ho potuto fare a meno che rivolgerle un sorriso, dopotutto avevo vinto.

 

 

Cosa fare e cosa non fare

Dopo aver raccontato la mia esperienza, di cui spero ne facciate tesoro, vi illustro il giusto modo di agire e anche gli errori da evitare assolutamente. Premetto che ogni situazione è soggettiva, ma ci sono modi di agire che comunque si devono utilizzare.

 

 

Cosa fare?

Innanzitutto dovete essere convinti non al 100%, ma al 101% di voler cambiare assolutamente famiglia.

Dunque dovete subito contattare il vostro coordinatore locale; nel caso in cui il coordinatore, come nel mio caso, vi dica inizialmente NO cercando di convincervi a restare (vi anticipo che, dopo essermi confrontato con molti altri exchange students, gran parte di essi mostrerà questa reazione) dovete mantenere la calma e avere un comportamento molto controllato e moderato.

Nel frattempo dovete chiedere aiuto: la WEP, come le altre associazioni italiane, è a disposizione proprio per aiutarvi e trovare soluzioni ai vostri problemi.

Comportatevi benissimo con la vostra host family, anzi, dovete migliorare ulteriormente il rapporto e non mostrare atteggiamenti di distacco. Inoltre è importante che vi guadagniate la loro fiducia.

Consiglio vivamente di trovare una nuova famiglia per conto vostro. Non siate timidi e chiedete ai vostri amici a scuola; e se non ne trovate davvero nessuno, chiedete loro se conoscono delle brave famiglie disposte ad ospitare. Penso che affidarsi di nuovo all’associazione americana sia rischioso.

Parlate in seguito con la vostra host family in modo molto chiaro e tranquillo: l’obbiettivo è far sì che loro richiedano il vostro trasferimento. Solo tessendo un buon rapporto avrete la possibilità di farlo.

Lottate sempre, fino alla fine, perché vi assicuro che si può vincere, e la mia esperienza ne è la prova.

 

 

Cosa non fare

Non perdete mai la calma e non assumete assolutamente comportamenti estremi, perché questi portano soltanto ad una conseguenza: il rimpatrio.

Non parlate male a NESSUNO della vostra associazione americana, e a maggior ragione della host family: passerete infatti dalla parte del torto e perderete definitivamente.

Non cacciatevi in alcun guaio: facendo così danneggereste la fiducia e recuperarla richiederebbe molto tempo; e senza la fiducia è inutile addirittura sperare di cambiare.

Non cercate di trattare con l’associazione americana, né tanto meno di contattare il supervisor di nuovo. Perdereste sicuramente; la situazione inoltre diventerebbe ancora più drammatica e risolvere sarebbe ancora più difficile.

Non azzardatevi a fare minacce o ricatti di alcun tipo, per nessuna ragione al mondo. Non risolvereste assolutamente nulla, anzi, perdereste le speranze.

Non pensate di cavarvela da soli perché vi assicuro già che non ci riuscireste (un mio amico ci ha provato e la sua situazione è molto peggiorata).

Non comunicate all’inizio le vostre intenzioni, ovvero la ricerca di una nuova famiglia, nemmeno al vostro coordinatore locale.

Non dite cose equivoche o opinabili durante i colloqui; tutto ciò potrà ritorcervisi contro e con numerosi rischi.

Non perdete mai la pazienza. Vi assicuro che se sarete pazienti in questa situazione, lo sarete per tutta la vita.

E non perdete mai di vista il vostro obbiettivo, ma lottate fino a che non si avvera, perché vi assicuro che è possibile.

 

 

Riflessioni

Non auguro davvero a nessuno di vivere questa esperienza: le due settimane più intense sono state fra le peggiori della mia vita e mi sono sentito davvero molto male, nonostante dimostrassi esternamente che tutto filasse liscio; ma questo mi è sempre riuscito molto bene. Vivere con l’idea di trascorrere fino a giugno l’esperienza con questa famiglia, con queste abitudini e con questo stile di vita particolare mi faceva star male.

Lo dico apertamente, mi stavo rovinando l’anno all’estero, e non era giusto; e come non lo è nei miei confronti, non lo è neppure nei confronti di tutti.

Infatti tutti quanti noi abbiamo fatto qualche “sacrificio”, ma con il sorriso, perché siamo consapevoli dei frutti che questa esperienza può offrirci. Ma se si è costretti a vivere in una situazione in cui la convivenza diventa un disagio, allora non va bene; a questo punto conviene tornare in Italia. Ci saranno molte sfide che si affronteranno e dalle quali ne usciremo rafforzati, ma la convivenza in famiglia NON deve risultare in alcun modo una di quelle.

Ritengo inoltre che tessere un ottimo rapporto con la propria host family sia uno dei fattori più importanti di questa esperienza; dopotutto le amicizie si coltivano ovunque e in qualsiasi high school capiterete. Tutti dovrebbero avere il diritto, secondo me, di poter cambiare famiglia, e senza lottare per farlo, e dunque stare male.

Questa esperienza mi ha fatto comunque crescere: per la prima volta ho affrontato un serio problema in autonomia; i miei genitori mi hanno aiutato, ma non erano accanto a me, bensì a 9000 chilometri di distanza. Ora mi sento in grado di riuscire ad affrontare in modo migliore le difficoltà che mi si paleseranno lungo il percorso di vita; tutto ciò grazie a questa esperienza.

Finalmente è tutto finito: mi sono trasferito e mi sento molto meglio, pronto a vivere a pieno il mio anno all’estero. Ho vinto, anzi, abbiamo vinto; infatti senza l’aiuto dei miei genitori che hanno dimostrato una tenacia incredibile, della WEP che è stato un ottimo intermediario e della mia ex famiglia ospitante che mi ha sostenuto e accolto dimostrando di essere una fantastica “welcome family”, non ce l’avrei fatta.

Adesso tutta questa esperienza negativa rimane soltanto un brutto ricordo e una bella storia da raccontare.

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